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Gianfrancesco Cataldo a Musicultura Festival 2016

Submitted by Paolo Bruzzesi on 13/04/2016 12:41 Ultima modifica 13/04/2016 12:41 —
A Musicultura, l’arte di Gianfrancesco Cataldo si fa messaggio sociale: «canto l'amore, quello vero, in ogni sua forma»
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L'ultima serata delle Audizioni Live della XXVII edizione di Musicultura si chiude con il doppio successo di Gianfrancesco Cataldo, che si aggiudica la targa “Un Certain Regard” ed il “Premio del pubblico”. I brani presentati in concorso, Marta, Bella (Serenata Triste) e Cercare dignità sono frutto del lavoro di un gruppo di musicisti incredibilmente giovani ma di talento e sensibili a tematiche attuali, come il dramma dell'immigrazione e la violenza sulle donne.

Brani che raccontano storie di persone che soffrono, ma che non mancano di lasciar intravedere un barlume di speranza in una società in cui parlare d'amore, nelle sue molteplici sfaccettature, non è poi così scontato.

Hai cominciato a suonare la chitarra all'età di dieci anni ereditando questa passione da tuo padre. Oltre a lui, ci sono stati degli artisti che ti hanno particolarmente influenzato e ti hanno spinto a proseguire per la strada della musica?

A dieci anni, ascoltavo la stessa musica di mio padre – a cui piace molto la musica napoletana – perché non avevo ancora una vera e propria cultura musicale. Con il passare del tempo, i miei orizzonti musicali si sono allargati ed ho cominciato ad affezionarmi a grandi cantautori, Daniele Silvestri e Rino Gaetano tra tutti. Quest'ultimo, in particolare, rappresenta un grande modello per me. Sì, posso affermare che Rino Gaetano mi ha insegnato tutto!

Qualche mese fa è uscito il tuo primo progetto discografico in veste di solista, intitolato “Parabola”, dopo un'esperienza musicale all'interno di un gruppo. Perché hai scelto di intraprendere questo percorso da solo? Quali sono stati i lati positivi e negativi di questo “cambio di rotta”?

In realtà, si tratta di una differenza puramente formale perché non ho mai abbandonato i vecchi Tèssares e continuo a confrontarmi con loro dopo aver pensato a un nuovo brano. Qualche tempo fa, partecipammo a un concorso e la giuria ci fece notare l'impronta prettamente cantautorale delle nostre canzoni, che sono arrangiabili da qualsiasi musicista. Alcune band, infatti, come i Negramaro – che non sarebbero tali senza Giuliano Sangiorgi – hanno una loro identità di gruppo che li contraddistingue mentre altri cantanti e cantautori, come Guccini o Silvestri, possono suonare con qualsiasi musicista senza compromettere la loro sonorità. Io, comunque, voglio continuare a lavorare con i miei musicisti perché mi trovo talmente bene con loro al punto da considerarli la mia famiglia. Ricominciare nuove storie con persone estranee non sarebbe affatto semplice.

In molti dei tuoi brani, come ad esempio in Marta, parli dell'amore nelle sue molteplici sfaccettature, anche quelle più negative. In una società, come la nostra, in cui è diffusa una concezione dell'amore e, in particolare, della donna patinata e molto spesso lontana dalla realtà, quanto pensi sia importante raccontare l'amore, quello vero e autentico? 

È importantissimo raccontare l'amore vero perché l'Italia è la patria del cantautorato e della poesia. Ogni cantautore deve vivere intensamente questo sentimento per poterne parlare nei suoi brani. La canzone d'amore, poi, si tramuta in un insegnamento di vita, in un messaggio d'amore verso qualsiasi cosa. In Aida, per esempio, Rino Gaetano cantava, con parole di ammirazione, l'amore per il suo Paese: «Aida, come sei bella», diceva… Oggi, purtroppo, si rischia di cadere nella banalità parlando d'amore, ma qualsiasi canzone, anche la più commerciale, può trasmettere un messaggio profondo, che ogni persona coglie in modo diverso.

La canzone Cercare dignità tratta con parole semplici uno dei temi sociali attualmente più discussi, almeno in televisione e sui giornali. Pensi che la musica debba, in questo senso, svolgere una maggiore opera di sensibilizzazione?

Questa canzone racconta una storia di integrazione sociale e culturale, un aspetto che manca, e continuerà a mancare, nel nostro Paese, perché accettare un simile cambiamento è sempre difficile. Il mio, comunque, vuole essere un messaggio sociale affinché chi ascolta possa comprendere l'importanza che anche queste persone ritrovino la loro dignità. È un messaggio che vuole sensibilizzare sulla triste realtà di chi, ogni giorno, cerca la dignità a testa bassa, fuori dai supermercati o vicino ai semafori, di chi scappa dalla guerra e da una condizione di costante pericolo per la vita. L'Italia rappresenta per loro la lontana isola della salvezza e arrivarci è una vittoria. Ammiro queste persone perché, nonostante tutto, non perdono mai il sorriso e la volontà di cominciare una nuova vita, al contrario di altre che non riescono a essere felici sebbene abbiano tutto. Integrazione significa, prima di tutto, cercare di comprendere la loro cultura e il loro stile di vita. Ed accettarli. Un po’ come è capitato a noi italiani quando siamo emigrati.

Hai detto di considerarti “un cantautore che non si sente italiano, ma che purtroppo o per fortuna lo è”. Quali sono i motivi per cui ritieni che essere italiano sia una fortuna? Quando, invece, questo può rappresentare un limite, un ostacolo?

Essere italiano è una grande fortuna perché penso ci siano persone che, nonostante tutto, credono ancora in questo Paese. Purtroppo, oggi, viviamo una fase molto negativa ma sono convinto che, una volta toccato il fondo, si possa solo risalire. Quindi, credo che torneremo a essere il Paese più bello del mondo – anche se, in fondo, lo siamo già. L'Italia è stata spesso derubata e saccheggiata, ma è sempre riuscita a rialzarsi e ad andare avanti. In questo senso, mi sento molto patriottico!


Chiara Careddu