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Marco Panetta a Musicultura Festival 2016

Submitted by Paolo Bruzzesi on 13/04/2016 12:38 Ultima modifica 13/04/2016 12:38 —
La musica per far fronte ai “mostri” della vita: Marco Panetta porta le sue storie a Musicultura

«Sono interessato all’Umanità tutta. Mi piace confrontarmi con amici e conoscenti, ultimamente chiedo loro di rilasciarmi una sorta d’intervista registrata e così, molto spesso, le loro voci divengono le protagoniste delle storie che racconto all’interno delle mie canzoni, piccoli concentrati di vite altrui, in cui mi rispecchio e che danno senso alla mia, di vita». È così che, nel secondo weekend di Audizioni Live, un racconto corale, a più livelli, fatto di cartelloni e di voci registrate, ha trasportato il pubblico della Filarmonica in un’altra dimensione. La dimensione della vita degli altri, dell’Altro, per attraversare il confine della propria chiusura e sperimentare la “tridimensionalità” che Marco Panetta ricerca nelle sue canzoni.

Una poetica fortemente impegnata, la sua, perché – come dichiara alla redazione di “Sciuscià” - «il sociale è la mia vita» e la musica non può che rifletterlo. Dopo la decennale attività con la Marcosbanda, con la quale ha ottenuto premi e riconoscimenti prestigiosi, Marco Panetta si reinventa e ci mette la faccia, oltre che il nome. A Musicultura si presenta con la passione di sempre, un sorriso contagioso ed un idealismo tanto genuino da riaccendere, anche nel più cinico e disilluso, la speranza che sì, la musica può davvero cambiare la realtà!

Dopo quasi dieci anni di attività, la pubblicazione di un album di inediti e numerose altre soddisfazioni - come l’apertura dei concerti di artisti quali Giuliano Palma, Paolo Belli, Elisa e Zucchero -, il tuo gruppo, la Marcosbanda, nel 2010 si scioglie. Come questo evento ha influito, se lo ha fatto, sul tuo modo di comporre e fare musica? Cosa c’è di nuovo nel progetto che porta il tuo nome e che presenti oggi a Musicultura?

Di nuovo c’è la consapevolezza: penso che questo sia l’elemento di rottura con la vecchia maniera di essere musicista; anche perché, dopo dieci anni con il gruppo della Marcosbanda - con cui mi sono trovato benissimo - avevamo la sensazione che fossimo arrivati all’epilogo di una storia, bellissima, ma che doveva concludersi. Non a caso, dopo lo scioglimento del gruppo c’è stato il momento forse più importante della mia vita a livello creativo, cioè la nascita di mia figlia. Ho innanzitutto capito che comporre e suonare sono un privilegio. È un privilegio ed è un regalo avere la possibilità di vivere in una famiglia come quella che ho contribuito a creare. Il modo di scrivere, invece, non credo sia cambiato, la poetica è rimasta la stessa, ma essendosi ridotto il tempo a disposizione mi pongo meno il problema del suono e mi lascio guidare molto dall’istinto. La consapevolezza che mi ha dato poi l’esperienza della Marcosbanda mi porta oggi a presentarmi con il mio nome e cognome e ad esserne orgoglioso.

Premiato dalla L.A.V. per Una piccola bestia di razza di cane, brano di sensibilizzazione al rispetto degli amici a quattro zampe, stasera presenti La canzone del ritorno, un pezzo che parla di un amico partito soldato per l’Afghanistan e del dramma personale che si nasconde dietro un evento sempre disumano come la guerra. Per te la canzone d’autore è prima di tutto impegno sociale? Si può, dal tuo punto di vista, cambiare la realtà attraverso la musica?

Per quanto mi riguarda sì. Io sono psicologo ed educatore nelle scuole, lavoro con i disabili da più di venti anni, gestisco un centro di aggregazione giovanile e collaboro con un altro centro di aggregazione giovanile in provincia di Roma. Per me la musica non è altro che un veicolo per far conoscere e diffondere storie di vita particolari, che siano di un amico o di un cane. Una piccola bestia di razza di cane racconta di un cucciolo che viveva liberamente ed era stato spesso ospite a casa mia; in realtà era stato adottato da tutto il quartiere, era un vero “animale sociale”, da cui poter apprendere anche delle tecniche di relazione. Un giorno fu catturato da un accalappiacani e portato in un canile. In seguito io e moltissime altre persone - che scoprii si prendevano da tempo cura di lui - facemmo richiesta per liberarlo. La musica, come in questo caso, mi dà la possibilità di raccogliere quello che vedo e di renderlo agli altri. Il sociale è la mia vita, è il mio lavoro, quindi non mi è difficile riportarlo nei testi e nella musica.

Psicologo oltre che musicista: come dialogano questi due aspetti della tua attività?

La musica ha attraversato tutte le strade che personalmente io ho attraversato: non è difficile, quindi, far dialogare lo psicologo con il cantautore, ma anche il bambino in cui mi trasformo quando gioco con i bambini; con la capacità, ovviamente, quando necessario, di tornare adulto, perché i gruppi di ragazzi che gestisco hanno bisogno anche di regole e paletti entro i quali poi muoversi liberamente. La musica, inoltre, è una possibilità di incontro: nei centri, per esempio, insegno la chitarra ai ragazzi ed è più che altro un pretesto, non mi interessa tanto spiegare che dietro un accordo c’è un’armonia, o che imparino a fare le scale – con tutto il rispetto per chi lo fa e con tutto il rispetto per il musicista che sono –, a me interessa prima di tutto farli stare insieme in un posto fisico per condividere qualcosa di reale. E ce n’è veramente bisogno, molto spesso ci sono ostacoli economici e burocratici, legati alle concessioni – anche per quel che riguarda la gestione dei centri diurni dove insegniamo ai ragazzi disabili a fare musica, a diversi livelli chiaramente, a seconda delle capacità cognitive di ognuno – si viene a creare un mostro al quale non si riesce a far fronte.

A proposito de “Il mostro”: presto vedrà la luce con questo titolo un progetto a cui lavori da un po’, un concept album molto particolare. Di che si tratta? Hai altre sorprese in serbo per il futuro?

Questo è il mio progetto per il futuro, il progetto passato e quello attraverso il quale sono passato per affrontare il futuro. Tutto nasce da problemi personali psicofisici, legati a stati di ansia: anche lo psicologo può vivere l’ansia in maniera negativa. Di lì ho intrapreso un percorso personale e contemporaneamente ho iniziato ad esprimere quello che avevo dentro attraverso delle canzoni che, mese dopo mese, mi sono reso conto assumevano un forte collegamento fra di loro. In una avevo nominato “il mostro” con un’accezione, in un’altra avevo ripreso la stessa parola ma questa volta con una sfumatura positiva. Quando infine sono riuscito a risolvere il mio problema, ho scritto la canzone che è forse la chiave di tutto l’album e che per questo ho posto all’inizio: Disumano, brano in cui si arriva al contatto col mostro interiore. È un cammino a ritroso: alla fine del disco c’è la prima canzone che ho scritto, legata a forti sensazioni di angoscia, quasi di morte. Non vorrei però spaventarvi, non è un album triste, tutto il contrario, è un album pieno di vita; non solo la mia vita ma, quella di Mauro, che va in Afghanistan a combattere il suo mostro, che è l’organizzazione delle missioni. Il mostro di Piero è invece la passione per il lavoro: fa il muratore e non torna a casa fino a quando non ha ultimato le sue “opere d’arte”, fino al più insignificante particolare. Un altro brano, che si chiama Visioni dal basso, prende spunto da un articolo di giornale: è la storia di una popolazione che non ha avuto mai nessun contatto con l’esterno civilizzato e, trovandosi ad assistere per la prima volta al passaggio di un aereo e non potendo categorizzarlo, lo chiama con l’unico nome che ha per interpretare un evento tanto straordinario… lo chiama Dio e da lì ne fonda una religione. Ho cercato in breve di lavorare alla consapevolezza di ciò che ci circonda, sviluppando la possibilità di leggerne le figure senza soffermarvisi ma andando oltre, per averne una visione binoculare. Solo spostandosi tra figure a sfondo si può acquisire un’immagine tridimensionale della realtà. Questo è solo un esempio di come l’ignoranza possa creare mostri, perciò bisogna combatterla, anche solo uscendo di casa e bussando alla porta del vicino, perché se si rimane in casa si cade nell’inganno che il mondo sia quello che ci rappresenta la TV, un mondo bidimensionale.

La XXVII edizione del Festival è stata vinta da Gianmarco Dottori, un cantautore “romano de Roma”. Ogni anno, però, sono molti gli artisti che, provenienti dalla capitale, scelgono Musicultura. Dacci un motivo per cui, secondo te, la canzone d'autore romana merita un posto sul podio del concorso.

Io non sono proprio romano, abito 20 km fuori Roma: il “romano de Roma”, quando canto le mie canzoni, dalla pronuncia se ne accorge subito! A parte questo, credo che il romanesco, e più in generale la lingua dialettale, sia un modo per entrare direttamente nel problema. Le persone di cui racconto parlano in dialetto, quindi per me è una cosa assolutamente naturale riportare quello che dicono con le loro parole. Attraverso una piccola descrizione del contesto in dialetto creo la scenografia all’interno della quale si muove poi il protagonista della storia. Potrei anche presentarlo in maniera diversa, più altera, ma personalmente sono abituato a vedere il muratore in un certo modo, con la sua tuta da lavoro, con la sua ilarità e così lo dipingo. Secondo me questa è una maniera immediata ed efficace di penetrare la realtà.

 

Maria Valeria Dominioni