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Paolo Jannacci ospite delle Audizioni Live

Submitted by Paolo Bruzzesi on 13/04/2016 12:43 Ultima modifica 13/04/2016 12:43 —
Paolo Jannacci, ospite d’eccezione a Musicultura, chiude gli appuntamenti con le Audizioni Live: «sul palcoscenico metto a nudo tutto me stesso»

Il terzo ed ultimo weekend di Audizioni Live viene inaugurato da un ospite d’eccezione: Paolo Jannacci, che torna a calcare il palco del Festival dopo dodici anni - «Già dodici? Sembra ieri!». Da quella sera estiva del 2004, quando accompagnò alla fisarmonica il padre Enzo in un'indimenticabile interpretazione di Via del campo di De André, di tempo ne è trascorso: un tempo denso di eventi, di crescita personale e artistica. È con questo nuovo bagaglio che oggi Paolo si prepara a dare alle stampe il suo primo disco da cantautore, colmando quella «distanza tra le retrovie ed il proscenio» che allora diceva essere la differenza tra lui ed il padre, sul palco.

Su quel palco, ora, Paolo Jannacci esprime tutto se stesso, non rinunciando alla componente nostalgica della sua anima. Perciò il florilegio che presenta al Teatro della Società Filarmonica Drammatica si compone di un brano strumentale, una sua versione di Over the rainbow, ma anche di Com’è difficile di Luigi Tenco, di Parigi di Paolo Conte e di un brano del padre: Musical. Il pubblico lo accoglie con un’incontenibile commozione, e lui ricambia con il bis: «Era quasi verso sera / se ero dietro, stavo andando / che si è aperta la portiera / ho cacciato giù … pardon … / è caduto giù l'Armando / Tira ta tira …».

Già ospite di Musicultura nel 2004, allora “Premio città di Recanati”, quali pensieri accompagnano il tuo ritorno al Festival della Canzone Popolare e d’Autore, ancora una volta nella veste di “special guest”?

Sono onorato di essere qui: vuol dire che qualcosa di buono l’ho combinato! Poi, mi fa piacere notare come il Festival e l’attenzione rivolta a questo evento siano maturate e siano progredite in maniera “sana”. Per quanto già allora ci fosse questa allure di interesse culturale e sociale intorno alla canzone, oggi mi sembra notevolmente cresciuta e ne sono felice.

Nel 2011 esce nelle librerie Aspettando al semaforo. L’unica biografia di Enzo Jannacci che racconti qualcosa di vero. Oggi che non puoi più fare lunghi dialoghi “fermi al semaforo” con tuo padre, c’è qualcosa che aggiungeresti al “vero” narrato nel libro?

Col senno di poi, aggiungerei le confessioni delle mie debolezze, al papà. Perché noi avevamo già un rapporto da uomo a uomo, anche se quello tra padre e figlio restava al primo posto: potevo essere l’uomo che voleva, potevo essere il compagno, l’amico fidato, ma ero pur sempre suo figlio e questa identità non la si può cancellare. Quindi, avrei forse desiderato una conversazione sulle debolezze di entrambi, che è sempre un bene perché permette un’evoluzione da ambo le parti.

In apertura della biografia apponi un decalogo di leggi più una, indispensabili se si vuole comprendere fino in fondo Enzo, «un uomo dalla semplicità disarmante ma con un’intelligenza terribilmente complicata»:

1 - Conoscere la topografia di Milano/Rogoredo/Forlanini

2 - Aver letto Lo straniero di Camus e chiederne il riassunto a Teocoli

3 – Aver compiuto un corso di sociologia e uno di epistemologia con Beppe Viola

4 - Conoscere almeno in parte i Vangeli o aver letto Il trapianto del trauma di Jules Feiffer

5 - Aver frequentato corsi di medicina e chirurgia

6 - Suonare uno strumento almeno come Luis Armstrong

7 - Aver ben visto la vergogna di chi nel nostro Paese, ha voluto la guerra e spedito la gente nei campi di concentramento a morire

8 - Aver contrastato, almeno per una volta, l’egoismo e aver cercato di essere altruista con chi sta peggio di te. Questo sempre per una volta…

9 - Sapere, o almeno capire, cosa vuol dire aver fame

10 - Aver pregato almeno per una volta

11 - Conoscere il dialetto milanese e le parole segrete della mala

E quali sarebbero, ora, le chiavi per capire fino in fondo Paolo Jannacci?

Le regole per capire Paolo Jannacci sono regole impossibili da conoscere, perché io sono molto diretto e molto semplice. La cosa che mi caratterizza di più è il rapporto che ho col palcoscenico: lì mi permetto di creare qualcosa ed è lì che metto a nudo tutto me stesso. Per il resto, sono una persona molto schiva, anche se cerco di mascherarlo con la simpatia. Apprezzo la solitudine, stare con la mia famiglia, in casa: cose un po’ controcorrente in un momento in cui si vuole apparire a tutti i costi e non passare inosservati. Che poi è parte del mondo dello show business, del quale faccio parte e al quale non mi sottraggo, ma il vero Paolo Jannacci ne farebbe volentieri a meno: mi diverto, ma finito il divertimento torno a casa a vedere le televendite. Posso poi elencarti le cose che più mi rappresentano: fra i luoghi l’appennino tosco-emiliano; la musica tutta, tutta quella fatta bene, che ti dà la carica, la voglia di creare, di immaginare; come libro sicuramente Il giovane Holden di Salinger…

E Umberto Eco, «noto estimatore di cappotti e pilastro della letteratura e cultura italiana», come ironicamente lo descrivi, menzionandolo tra «i personaggi che hanno viaggiato per una parte della loro vita con Enzo»? In diverse interviste lo nomini fra i tuoi autori più cari, lo inseriresti in questo personalissimo identikit? C’è un ricordo col quale ti piacerebbe omaggiarne la memoria, a pochi giorni dalla sua scomparsa?

Umberto Eco, che brutto colpo! Pensi di essere non immortale, ma di avere comunque sempre tempo … poi arriva il giorno in cui una persona che ti dava un centro, un’identità, ti lascia e ti senti … non dico perso, ma più solo, in balia degli eventi. Eco era uno degli intellettuali che mi faceva sentire orgoglioso di essere italiano. La sua morte mi ha colpito tanto. È il ciclo della vita, come spiego a mia figlia: «il nonno è andato in cielo, perché, come nelle piante, ognuno ha un suo ciclo ed è una cosa naturale». Ma quando succede desta sempre un momento di emozione. Come può morire Umberto Eco? Per me non è morto! Ricordo chiaramente una festa, il compleanno della figlia, mi pare: mi ci portò papà e suonammo un paio pezzi. Lui non se l'aspettava. È stato davvero bello, non lo dimenticherò mai.

L’ultimo tuo album, “Allegra”, è del 2013. Da allora ti sei dedicato al tour “In concerto con Enzo”, parallelamente alla consueta attività musicale con le tue band. Ci sono in cantiere altri progetti?

Un “progettone”: spero di portare a casa un album triplo! Le mie due anime, il jazz e il pop, concentrate in due compilation: una in cui suono jazz e l'altra in cui canto dei brani originali. Il primo è un album cattivissimo, si chiama “Hard playing” ed è praticamente finito; il pop invece lo stiamo ultimando, ci sono un paio di pezzi che non mi convincono e, visto che sarebbe il mio primo disco cantato, non vorrei farmi stroncare subito, ancor prima di cominciare! Poi, vorrei inserire il dvd “In concerto con Enzo”, per completare il tris. A me piacerebbe - in un periodo come questo, in cui si fa fatica a vendere - distribuire tutto gratis. Tanto pago io! (ride, n.d.r.) Comunque penso che troverò una formula per andare incontro ad una fruizione quasi libera. Dico “quasi” perché non posso neanche svalutare il lavoro umano che c’è dietro: personalmente, per fare un mix impiego quasi una settimana, otto ore al giorno in studio. Tutte queste cose magari non si tengono in considerazione, ma il tempo necessario per fare un disco è tantissimo. Poi quando dico «faccio il musicista», mi danno di gomito e mi fanno «e le ballerine?» (ride, n. d. r.).

Allegra è anche il nome di tua figlia, e non a caso il video di Allegra si conclude con una bimba che posa sul tuo pianoforte una barchetta di carta. Mettiamo il caso che un domani Allegra ti dicesse «papà voglio fare la musicista», quale sarebbe la tua reazione? Quali i consigli o le raccomandazioni che daresti a un giovane che oggi decide di affacciarsi nel panorama musicale e cantautorale italiano?

Ai giovani consiglio di essere genuini e di ascoltarsi, di non perdere la voglia di comunicare e di non farlo per forza, ma solo quando sentono di avere effettivamente qualcosa da esprimere. Questo è il consiglio che do anche a me stesso. A mia figlia perciò direi: «Fallo, ma fallo con entusiasmo, non con superficialità, credici e poi quel che sarà, sarà!». Comunque, non c’è pericolo … perché lei vuol far la maestra! Mia moglie la incoraggia: «fai bene, così hai tante ferie!». Eppure sarebbe bravissima, ha un orecchio pazzesco, intonazione, senso ritmico, senso metrico: «Sei sicura Allegra di non voler suonare proprio niente?», e lei: «sai, papà, io e te siamo diversi…».


Maria Valeria Dominioni