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Utveggi finalisti a Musicultura XXVII

Submitted by Paolo Bruzzesi on 14/04/2016 19:46 Ultima modifica 14/04/2016 19:46 —
«Quel che ci interessa è affrescare un certo tipo di umanità»: i palermitani Utveggi si raccontano a Musicultura XXVII


A distanza di quasi due mesi dalla loro prima esibizione alle Audizioni Live, il gruppo degli Utveggi è tornato a calcare un palco marchigiano, quello del Teatro Persiani di Recanati, dove ha avuto luogo il concerto di presentazione dei sedici finalisti della XXVII edizione del Festival. La band, composta dai cinque palermitani Valerio Mirone, Bruno Pitruzzella, Simone Giuffrida, Luca La Russa e Giuseppe Montalbano, è in concorso con il brano Postumi.

«Mi sono reso conto che la Sicilia fosse un’isola solo quando sono stato costretto a prendere il traghetto per venire fin qui», scherza Luca, non appena il discorso scivola sulla loro terra d’origine, vista non solo elemento geografico, ma anche – e soprattutto – come fonte di inesauribili stimoli creativi. E così, prima di salire sul palco per esibirsi, gli Utveggi hanno scambiato due chiacchiere con la redazione di “Sciuscià”.

Siete stati tra i primi ad esibirvi sul palco della Filarmonica nella fase delle Audizioni Live: come avete vissuto l’attesa dell’annuncio dei sedici finalisti e come avete reagito quando vi hanno comunicato che eravate tra questi?

Bruno: Dobbiamo ammettere di aver vissuto quest’attesa con una certa trepidazione. Naturalmente è stato molto piacevole quando Valerio ha ricevuto la telefonata in cui ci annunciavano di essere stati ammessi nella rosa dei finalisti!

Simone. C’è da dire che avevamo già messo da parte altri impegni in modo da tenerci liberi per un’eventuale convocazione alle fasi finali: insomma, ci speravamo.

Dei vostri tre brani in concorso, la giuria ha scelto Postumi, che in un’occasione avete definito la storia di un “portalettere innamorato”. Vi andrebbe di raccontarmi qualcosa in più su questo pezzo?

Simone: Il pezzo nacque a casa di Valerio ed è forse il primo ad essere stato realmente composto dal nostro gruppo. Valerio ed io abbiamo scritto il testo, che inizialmente avevamo arrangiato “alla meno peggio” in un inglese piuttosto maccheronico; più tardi, di comune accordo, abbiamo preferito trasformarlo in italiano. Della composizione del reef principale, invece, se n’è occupato Bruno. Valerio: In un certo senso è un brano che parla d’amore senza parlarne affatto: il protagonista, il “portalettere”, per l’appunto – ma si sarebbe potuto trattare di un qualsiasi altro mestiere! – ha una vita emozionale alquanto limitata. È solo in seguito ad alcune vicende sentimentali e lavorative che comprende il valore di un lavoro appagante ed utile per le vite di altri, un lavoro per cui valga la pena investire molte energie.

Bruno: Vorrei aggiungere un aneddoto in merito al titolo di questo brano. Il titolo originario era un altro: il pezzo, infatti, si sarebbe dovuto chiamare Il Postino (tu non eri nato), ma il caso ha voluto che giusto qualche giorno dopo una canzone col medesimo nome e un sottotitolo tra parentesi venisse presentata a Sanremo. Così, temendo l’accusa di plagio (ride, n.d.r.), abbiamo scelto di sostituirlo conPostumi, che ci ha convinto perché si prestava ad innumerevoli giochi di parole: innanzitutto contiene la parola “posta” e, in secondo luogo, il suono ricorda l’inglese “post to me”.

Valerio: Senza contare che quel brano presentato a Sanremo parlava di una storia d’amore omosessuale ed anche in Postumi non mancano riferimenti di questo genere. Per farla breve, le somiglianze– benché involontarie – erano talmente tante che temevamo che il nostro pezzo venisse scambiato per una parodia dell’altro.

I testi dei vostri brani ricordano spesso i miti popolari e persino le favole di Esopo per la presenza di figure archetipiche come il pirata, il viandante, il “malefico dottore”, solo per fare alcuni esempi. Da cosa dipende questa suggestione? Anche voi, così come gli antichi cantastorie, cercate di offrire una spiegazione stilizzata della realtà?

Valerio: La maggior parte dei testi prende spunto da opere e componimenti già esistenti. La fase della lettura è spesso seguita da quella della reinterpretazione dell’opera. Anche per questo, credo, sembrano dei personaggi archetipici, che fanno riferimento cioè ad una tradizione già ben consolidata. Costituiscono un tentativo di metaforizzare la realtà nella misura in cui cerchiamo di ambientare i personaggi in un passato sfocato e privo di contorni temporali e, nel portare a compimento il loro percorso, gli “eroi” dei nostri brani raggiungono alcuni obiettivi – positivi o negativi che siano. La verità è che non ci interessa poi tanto riprodurre la realtà così com’è, è piuttosto di un certo tipo di umanità che ci preme parlare.

«Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. … La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. … La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. … La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera» – così recita la nota Teoria della Sicilia del poeta e filosofo Manlio Sgalambro. Siete d’accordo con questa rappresentazione pessimistica della vostra terra? In che modo l’appartenenza ad una cultura tanto ingombrante si ripercuote sul vostro modo di fare musica?

Giuseppe: Che domanda impegnativa! «La Sicilia esiste come fenomeno estetico» … sì, ma non necessariamente nel senso pessimistico suggerito da queste righe di Sgalambro – ma non erano poi anche di Battiato? –. Non sono un sostenitore della teoria “gattopardesca” secondo cui ogni cambiamento in Sicilia non è che finzione e apparenza, mentre il contenuto, alla fin fine, rimane inalterato. Credo piuttosto che l’essenza estetica dell’isola dipenda dalla potenza creativa che è solita attecchire nei contesti più problematici. La storia ci ricorda che per secoli la Sicilia è stata terra di conquista, ridotta alla condizione di vera e propria colonia, e ciò ha ingenerato una reazione che, specialmente nell’arte, è stata senz’altro propositiva.

Valerio: Per finire, vorrei tentare un paragone con una situazione ben più estrema: così come i prodotti culturali più validi sono solitamente quelli che derivano da situazioni di disagio – si pensi al jazz e al blues nati dalla schiavitù dei neri nei campi di cotone! – allo stesso modo ritengo che, quando si riesce a creare una qualsiasi opera artistica degna di nota, pur essendo costretti a lavorare per gran parte del giorno, beh … allora non c’è dubbio che quell’idea si è radicata in maniera molto forte. In questo senso, sono convinto che la Sicilia, con tutti i suoi problemi, offra un panorama decisamente fertile per la creazione artistica.

Federica Di Sario